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domenica 6 agosto 2023

Oh My GOD, come passa il tempo. Come lo possiamo catturare e incatenare?

Scrivo un nuovo post, un nuovo articolo e lo faccio perchè guardando il mio blog, l'attenzione va a finire sulla sua età. 

E' quasi maggiorenne, capite. Quasi maggiorenne. Nato nel 2005.

Così da una parte vedo mio figlio che tra qualche mese va all'università e dall'altra una mia creazione che mi rendo conto aver fatto partire moltissimo tempo fa.
E in mezzo mi rendo conto che questo prossimo settembre compirò 51 anni.

Non è il tempo della resa dei conti e del conteggio di ciò che è stato raggiunto e di ciò che si è mancato.
Non lo è.

Proprio qualche giorno fa, pianificavo i miei prossimi progetti e, onestamente, mi sentivo pronto per iniziare veramente qualcosa.

Il tempo. Il tempo però rimane. Il tempo però rimane un qualcosa di ineffabile che così tanta importanza ha nella nostra vita. Il tempo scandisce le nostre esistenze e ne determina spesso l'andamento.

Perchè ci sta addosso. Qualche volta ci favorisce, il più delle volte ci mette in soggezione e ci porta a commettere errori strategici gravissimi.

Ci sono altre entità che spesso l'uomo cerca di manipolare, circoscrivere e dominare. A volte ci riesce e a volte no, ma sono gare che almeno si riesce a concepire, gare forse non sempre alla pari ma in cui "sembra" almeno ci possa esser tenzone.
Ma il tempo? Come si può incatenare il tempo?

In altri momenti e altri luoghi, dissi:
"Il denaro lo perdi e lo puoi riguadagnare.
L'amore lo perdi e lo puoi ritrovare.
Il successo svanisce e lo puoi raggiungere di nuovo.
La salute la perdi e la puoi ricostituire.
La felicità la perdi e la puoi nuovamente riavere.
La pace la perdi e la puoi ricreare
Ma il tempo? Il tempo no. Lo perdi e quel tempo non torna più!"

Vero? Non vero? Non so. So solo che il tempo è una entità molto diversa da tutto il resto.
Tempus Fugit diceva Virgilio nelle sue 'Georgiche', il tempo fugge.

Ogni momento che viviamo è un unicum. Lo possiamo ricreare, certo. Magari più bello, ma sempre in un nuovo tempo.

Ogni giorno abbiamo in dote la stessa quantità di tempo. Tutti. Io, te e tutti gli altri che ora non leggono queste righe. Tutti. Tutti abbiamo in dotazione 24 gettoni da un'ora l'uno al giorno. O, se preferisci, ogni giorno ci viene data una dotazione di 1440 gettoni da un minuto l'uno.
E ogni giorno usiamo questi gettoni per fare questo o fare quell'altro. O non fare niente.
Spesso ci piace l'idea che non siamo liberi di usare questi gettoni a nostro piacimento. Ci piace l'idea. Ci piace perchè così non dobbiamo essere responsabili di come usiamo i gettoni che ci vengono dati in dote.

"NON HO TEMPO!". Quanto ci piace dirlo. Tu magari no. Ma io mi dichiaro colpevole. Uso questa scusa. E di sicuro sento moltissime persone usare questo marchingegno mentale per potersi tirare fuori da una qualche responsabilità.

E' ovvio che sia un modo di dire. Ma è un modo di dire sbagliato.
Ce ne sono... Di modi di dire sbagliati che a furia di essere usati alla fine condizionano chi li usa senza che nemmeno egli se ne renda conto.

Se usiamo troppo a lungo questo modo di dire potremmo finire per pensare, davvero e senza rendercene conto, che non abbiamo tempo.
Ma i gettoni sono sempre quelli.

Tutto dipende dalle nostre scelte, da quali strade decidiamo di prendere e su quali strade decidiamo di rimanere. Si sbaglia. Chi non sbaglia? Ma molti continuano a rimanere su un percorso anche dopo avere perfettamente realizzato sia un errore.

Tutto dipende dalle nostre decisioni, dalla nostra scala di priorità.
Se non voglio andare da qualche parte, dirò che non ho tempo. Quasi mai dirò alla persona che non voglio stare con lei.

Dare la colpa al tempo, è facile. Perchè sembra non vendicarsi mai. E quindi lo incolpiamo di tutto. Ma forse rifletterei sul fatto che non sia vendicativo.

Tempus fugit, quindi.

Ma c'è un modo per usare al meglio i gettoni di cui siamo dotati?
Forse si.
Ma ne riparleremo.
Per Aspera ad Astra!

martedì 29 novembre 2022

I CAN'T SEE ANYTHING!

𝐈 𝐂𝐀𝐍'𝐓 𝐒𝐄𝐄 𝐀𝐍𝐘𝐓𝐇𝐈𝐍𝐆!
Geremia apre il pugno e miete molto più grano di quanto avrebbe mai pensato.
C’era un tempo, un cane che si nascondeva nei pertugi della metro.
Ora solo vaghe graffette disadattate mi tendono la mano e salutano frettolosamente.
𝘐 𝘤𝘢𝘯’𝘵 𝘴𝘦𝘦 𝘢𝘯𝘺𝘵𝘩𝘪𝘯𝘨, 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘯𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦.
Lascio il posto ad un altro viandante.
Sono le 5 del pomeriggio nell’orologio del boia.
Il senso del tempo, per me, sta scorrendo molto lento.
Nuotare, sai amico, nuotare al centro dell’universo dove scogli e maree si nascondono e lasciano aperte ferite.
E feritoie, di qualche castello che solitario vaga immemore nella taiga spingendo avanti il carrello della spesa in una corsa inutile, vanagloriosa e incline al litigio.
𝘐 𝘤𝘢𝘯’𝘵 𝘴𝘦𝘦 𝘢𝘯𝘺𝘵𝘩𝘪𝘯𝘨, 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘯𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦.
È sempre così.
Un ritmo forsennato, di bicchieri tintinnanti, di gioie lancinanti, di banchetti straripanti, di bambini saltellanti, di immagini festanti, di ipocrisie galoppanti.
È sempre così, in un tempo che si ripiega su se stesso, un una curva di Gauss, in un loop da serie tv di second’ordine.
Le scene seguono le scene.
E le persone sono figuranti, effetti speciali, insulse macchiette, semplici adesivi omaggio nella confezione dei formaggini nel banco frigo.
𝘐 𝘤𝘢𝘯’𝘵 𝘴𝘦𝘦 𝘢𝘯𝘺𝘵𝘩𝘪𝘯𝘨, 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘯𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦.
La mia croce, quella sghemba e irriconoscente, quella irascibile e iraconda, quella torbida ed esilarante di accademica memoria.
C’è un substrato. C’è uno spessore.
Che cresce. Sopra il cuore.
Che diventa esso stesso un universo di suoni, poesie, lacrime, batticuore, erezioni, esplosioni, respiri pesanti, corsa nei campi, risate a crepapelle, carezze delicate, sguardi di affetto, pelo di gatto, sapore acido di limone, sabbia fastidiosa, vento umido, arsura nella gola, graffette e touchdown.
C’è qualcosa che cresce.
Ma non giunge mai a conclusione.
𝘈𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘶𝘭𝘵𝘪𝘮𝘰 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘰 𝘥𝘪 𝘣𝘢𝘤𝘤𝘩𝘦𝘵𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘢𝘦𝘴𝘵𝘳𝘰.
Tutto è li. In quell’arpeggio che si frantuma l’anima, che ti spezza la coscienza.
Quell’unico accordo suonato in distorsione che ti lacera il cuore e ti mette a nudo.
Perché tu non sei nient’altro che un ribollire di lava in un vulcano.
𝙉𝙤𝙣 𝙨𝙚𝙞 un corpo di uomo, 𝙣𝙤𝙣 𝙨𝙚𝙞 un corpo di donna.
𝙉𝙤𝙣 𝙨𝙚𝙞 una scimmia nuda.
𝙉𝙤𝙣 𝙨𝙚𝙞 un consumatore, un investitore, un compratore, un cliente, un marito, un figlio, uno studente, un grossista, un commerciante, un paziente, un infetto.
𝙉𝙤𝙣 𝙨𝙚𝙞 queste etichette.
𝘚𝘦𝘪 𝘪𝘭 𝘳𝘪𝘣𝘰𝘭𝘭𝘪𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘢𝘷𝘢 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘷𝘶𝘭𝘤𝘢𝘯𝘰.
Senza forma e che mai si può toccare.
Io altro non vedo. Perché I can’t see anything, non riesco a vedere niente.
Non vedo.
Ma percepisco tutto.
E comprendo ora che questo è tutto ciò da cui devo partire, è tutto ciò che sono.
È tutto ciò che sarò mai.

mercoledì 3 marzo 2021

Scrivere post noiosi, cosa ci posso fare?

Ieri sera, mentre mi sedevo a tavola per mangiare qualcosa per cena, pensavo una cosa.

Siamo nel mondo della comunicazione globale.

Abbiamo un universo rinchiuso in quel piccolo giocattolo chiamato "smartphone" che possiamo portarci in tasca.
E che, quando lo apriamo, ci può collegare al mondo:

NOTIZIE, VIDEO, RISATE, INFORMAZIONI, SERVIZI, LAVORO, FILM, AMICI, MESSAGGI e chi più ne metta.
Eppure. E' tutto superficiale, tutto veloce, tutto "USAMI E BUTTAMI". Ad un livello ormai quasi pericoloso.
Anche ora.... che scrivo questo piccolo post.... magari sono arrivato al limite dell'attenzione di chi mi legge.
Perchè non c'è tempo per riflettere, pensare e capire. Afferrare il senso delle caso.
Dare un senso alle cose.

Dopo le prime righe c'è sempre da "guardare" un altro post sul social preferito o un altro video. Oppure un'altra foto. E dopo un'altra ancora.
E poi andare su una pagina internet. E poi guardare la chat se qualcuno ci ha scritto qualcosa e quando nessuno ci ha scritto niente, mandare fuori dei messaggi per chiedere come mai nessuno ci ha scritto niente. E così all'infinito.
Così tutta questa conoscenza, tutto questo sapere, tutta questa potenzialità è "BRUCIATA". Inutile e abbandonata.
Sono noioso, lo so. In questa epoca di selfie, di meme, di immagini veloci dire qualcosa che SCAVI nelle cose è troppo.
Sono uno dei (quasi) 50-enni più tecnologici che io conosca. Sono assolutamente aggiornato su tutto ciò che è tecnologia informatica. Uso tutti gli strumenti. Ho un profilo in quasi ogni social ci sia eppure....
Eppure mi sento tanto un Uomo di un mondo diverso, che sta scomparendo.
Un mondo fatto di profondità e valori. E non di selfie e di superficialità.
Continuerò a comunicare, anzi ancora di più. A cercare significato nelle cose. A dire la mia. E a essere snobbato dai più perchè "troppo noioso", perchè i miei commenti sono "troppo lunghi" o le mie riflessioni troppo articolate.
Ma che ci volete fare....
😃
non si può incolpare un pesce del fatto che nuota o un uccello del fatto che vola.
Un abbraccio a tutti.

E oggi come sempre PER ASPERA AD ASTRA.

martedì 21 giugno 2016

L'uomo moderno è sempre più logico? Dubito. Fortemente!


L'uomo moderno ha sempre più strumenti, macchinari, attezzature, ricchezze, comodità e accesso alla conoscenza.


Ma forse non è nelle migliori condizioni per approfittare di questa vantaggiosa condizione storica.
Anzi..... togliamo anche il forse...!

Se vi guardiamo in giro sembra che la logica stia abbandonando la nostra società, la nostra cultura e le nostre città.
Abbandona i nostri mass-media, i nostri politici e noi stessi.

Lo so.... lo so..... Tu no. Io no. Lui no. Noi non ne siamo vittima.
Solo gli "altri"..... Ma, a parte gli scherzi......

Sento in giro affermazioni strampalate, teorie senza fondamento, idee senza capo nè coda.

Non è una questione di "pensarla in un altro modo". E' una questione proprio di NON C'E' PROPRIO ALCUN TIPO DI PENSIERO LOGICO.

E' come se tu litigassi con qualcuno che ti dice, giura e spergiura che la mattina, mentre beveva un caffè al bar, ha visto un maiale con le ali atterrare, comprarsi un gelato, salutare affettuosamente in gallurese ed andarsene.

Come puoi discutere su questa cosa? Capite?
Ci sono argomentazione che non puoi neanche stare li a controbattere. Cioè non è che non sei d'accordo. Non hanno proprio alcuna base.

Ora, sto estremizzando il concetto. Per ragione ovvie di comunicazione.
Ma quello che voglio dire è che la direzione è al contrario di quella che ci si potrebbe aspettare.

Con la diffusione della conoscenza, la capacità dell'uomo medio di ragionare in modo corretto dovrevve aumentare. Ma così non sta succedendo. Anzi tutto il contrario.

Qualcuno, in fondo alla classe, mi stuzzica chiedendomi "Si ma chi decide cosa è ragionevole e cosa no?" aprendo un dibattito lungo che qui non è la sede adatta per essere trattato.
E' pur vero che questo dibattito volteggia nelle stanze della filosofia da secoli.

Ma non è questo quello che intendo dire.
Quello che intendo dire è PERCHE'?
Perchè sempre più persone usano sempre meno la logica nei loro ragionamenti ed invece che abbeverarsi avidamente di tutta la conoscenza che esiste, non fanno altro che assorbire velocemente e superficialmente riassunti di riassunti di riassunti di concetti peraltro sbagliati?

Perchè qualcuno non si legge un autore invece che sentire l'interpretazione di qualcun altro di questo autore?
Perchè devo conoscere il mondo attraverso le lenti distorte di un servizio di un telegiornale anzichè informarmi in modo completo con prove e constatazioni, magari di prima mano?

Perchè no? Perchè non c'è tempo?
Ma finiamola..... Il tempo c'è. La voglia forse no.
Ed è questo che mi inquieta.

Un abbraccio.

lunedì 13 settembre 2010

Nel silenzio di questo rumore

E' un epoca di rumore questa. Rumori continui e fragorosi. Non che esistano rumori che non siano chiassosi ma il guazzabuglio della cacofonia che ci circonda è incommentabile.
Ci sono rumori quotidiani molesti e rumori di fondo di tutta la società. Le nostre case fanno rumore, le auto e le città fanno rumore.
Se nella stanza c'è silenzio, accendiamo la tv e questa fa rumore.

Tutto fa rumore.

Ma sono rumori silenzioni che non dicono quasi mai niente.

Sono stato in disparte un bel pò di tempo.
Mi sono ritrovato nel fiume, mesi e mesi. Direi anni se qualcuno mi consente di farlo.
Sono stato trasportato dalla corrente senza essere sempre padrone dei miei movimenti.
Conoscevo la direzione del fiume: tutto qui.
Ma non sapevo quando scogli e tronchi si sarebbero posti dinnazi.

Questo blog è partito su un'altra piattaforma di blog un bel pò di anni fa. E' partito normale, ha accellerato e poi è invecchiato rapidamente, soppiantato da progetti più giovani e redditizi.
Ma questo blog è lo spunto che mi ha permesso di tirare fuori la testa dal cimitero del coraggio in cui ero finito.

Quindi onore a questo blog.
Con o senza lettori al suo seguito.
Per aspera ad astra!

venerdì 24 febbraio 2006

Cambiare punto di vista: cosa significa ciò?

Punto di vista. E’ una frase idiomatica che usiamo spesso, forse troppo spesso. Diventa automatica, come tutte le cose ripetute senza più porvi la giusta attenzione.
Cambiare punto di vista significa semplicemente cambiare la collocazione spaziale dal quale si osserva la scena.
Spesso, nel linguaggio comune, si confondono i punti di vista con le tue opinioni. E, peggio ancora, con i fatti.
Opinioni, fatti, punti vista. Tutto è confuso e il risultato è confusione individuale e nessuna comprensione fra chi parla e chi ascolta.
Punto di vista: luogo dal quale si osserva.
Opinione: ciò che pensiamo riguardo a qualcosa in base a ciò che abbiamo osservato in passato attinente o somigliante a quel qualcosa.
Fatto: ciò che in realtà è successo.

Un punto di vista è solo un luogo effettico o figurativo da cui si osserva l’esistenza o noi stessi. Una persona che non ha figli non potrà mai osservare il rapporto genitori-figli da quel punto di vista. Potrà avere ed esprimere delle opinioni derivante dalle sue esperienze dirette ed indirette ma non avere quel punto di vista.
Così cambiare punto di vista diventa più importante dell’avere opinioni, perchè il mondo può essere compreso solo se ci si sposta. E se ci si sposta, non necessariemente si deve cambiare opinione su qualcosa.
Quando ero piccolo pensavo che un figlio non fosse MAI di proprietà di un genitore. Un figlio non è una COSA che si possiede. Ne lui nè la sua vita. E’ la mia opinione a riguardo.
Quando ero un figlio pensavo ciò e osservavo il mondo dal mio ruolo di figlio.
Ora sono padre ed ho la stessa opinione di prima: mio figlio non è una mia proprietà. Ma ho il punto di vista di un padre.
E tutto mi è più chiaro.
E tutto è un gioco delle parti, in cui si indossano ruoli e si assolvono mansioni.
Cambiare punto di vista: cosa significa ciò?
Significa che non basta aver capito le cose del mondo.

Occorre avere la capacità di non ARRUGGINIRE nel proprio punto di vista. Se non ci si sposta, alla fine possiamo cadere nell’illusione di aver capito tutto.
E’ come fare sempre la stessa strada per andare al lavoro. Alla fine non percepiamo quasi più niente da quella strada. Forse è la più breve e la più scorrevole. Ma quanta noia.
Cambiare strada, vedere le cose da nuovi punti di vista.
Senza necessariemente cambiare opinione, senza necessariamente avere sempre la stessa opinione.
Per aspera ad astra!